domenica 6 luglio 2008

I fondi di investimento


I venti di crisi finanziaria vengono da lontano, non da troppo lontano però.
Non sono le conseguenze di chissà quali tendenze cicliche, sono il frutto di scelte compiute da uomini e donne.

Qual è l'ethos finanziario in America in quest'ultimo decennio?
Quanto era strutturalmente fragile il sistema quando ancora macinava utili e plusvalenze finanziarie elevatissime?
La risposta sta in questa terza domanda a cui cercherò di ridpondere in questo post:
Come sono stati genstiti i risparmi ed i profitti derivati dall'economia reale (cioè dall'economia industriale organizzata da capitale e lavoro)?

L'evoluzione della gestione del risparmio, che siano fondi pensione (in America privati, non c'è un inps), profitti delle imprese o quanto riesce a mettere da parte un dentista di Portland è sempre più nelle mani di fondi di investimento comuni (attività svolta anche dalle grandi merchant bank). La peculiarità di questo sistema è che tu risparmiatore trasferisci i tuoi soldi per un tempo x ad un tasso di interesse molto più alto di quello bancario o obbligazionario, tale tasso è garantito da una diversificazione degli investimenti ad opera di specialisti del mercato mobiliare. La sempre più accentuata concorrenza tra questi fondi comuni (basata su chi garantisce un tasso di rendimento più alto) ha generato un mercato oligopolistico super competitivo. Se prima aveva un vantaggio competitivo il fondo che investiva in maniera più lungimirante su società le cui azioni sarebbero cresciute più delle altre, garantendo ai propri clienti un rendimento maggiore, progressivamente si è giunti all'idea che gli stessi fondi avrebbero potuto "forzare artificialmente" la crescita azionaria delle proprie partecipazioni mediante il seguente metodo:
  • I grandi fondi di investimento detengono rilevanti partecipazioni azionarie nelle imprese statunitensi. Queste partecipazioni oltre a diritti monetari (dividendi) conferiscono diritti amministrativi, nel senso che se si detiene il 15% del capitale di una grande multinazionale, durante un'assemblea dei soci puoi imporre un amministratore piuttosto che un altro. I fondi incaricano dei propri manager ad andare a ricoprire tali funzioni di amministazione con l'unico scopo di far schizzare alle stelle la quotazione azionaria della società nel minore tempo possibile. La maggior parte delle volte questa serie di operazioni sono deleterie per la sussistenza delle imprese perchè sono improntate su guadagni di brevissimo periodo che minano le basi di uno sviluppo sostenuto negli anni a venire. Queste strategie si basano generalmente su: esuberi del personale, disinvestimento nella direzione Ricerca e Sviluppo, cessione di rami d'azienda in surplus (quindi richiesti dal mercato), insomma attività che conferiscono un'importnte renumerazione immediata ma lasciano non pochi problemi per il futuro gestionale dell'azienda. Per stimolare il managment a compiere questo tipo di operazioni il criterio renumerativo prevalente è quello delle stock options, cioè il diritto di prelazione o il conferimento gratuito di azioni. Risultato finale: i manager incassano cifre esorbitanti per pochi mesi di lavoro (nell'ordine di decine di milioni di dollari), i fondi incassano altissime renumerazioni derivanti dalle loro partecipazioni azionarie e le aziende vengono lasciate alla deriva.

Grazie a questo sistema i fondi di investimento possono investire, smantellare, guadagnare e disinvestire così da garantire al proprio pacchetto clienti guadagni molto alti in periodi relativamente brevi ed accumulare vantaggio competitivo nei confronti degli altri fondi.
Il grosso effetto collaterale di questa logica è lo smembramento di realtà produttive sane in maniera talmente decisiva che nel'ultimo decennio l'aspettativa di vita media di un'impresa americana si è abbassata da 20 a 15 anni.
Il paradosso sta quindi nel fatto che le aziende sono manovrate da un managment che non ha interesse nel loro sostentamento e tutto questo mediante soldi di persone (i risparmiatori che conferiscono nei fondi di investimento) che non ne sono nemmeno al corrente.

Quanto può durare un capitalismo industriale le cui logiche sono dettate da un capitalismo finanziario la cui avidità è pareggiata unicamente dalla sua miopia?
Non è neanche più un problema di dove vuole andare il timoniere, la questione è: esiste un timone? E se non esistesse, sarebbe fattibile anche solo pensarne uno?

giovedì 1 maggio 2008

I maggio


Anche questo Primo Maggio, come gli ultimi tre del resto, è stato dedicato alla tragedia delle morti sul lavoro. Dal palco di Ravenna i tre sindacati confederali, in un tripudio di bandiere inneggianti al Partito Democratico e alla Sinistra Arcobaleno, “dicevano no” alle morti bianche. Rispondeva il palco di San Giovanni a Roma dedicando la kermesse musicale a questo flagello e ai 70 di Adriano Celentano (con lo stesso tono di voce e lo stesso trasporto emotivo della piazza)

Conclusione mass mediatica: un coro di no alle morti sul lavoro.

Peccato che nessun organo di informazione abbia riportato le dichiarazioni pre insediamento di Emma Marcegaglia, neo presidente di Confindustria, di appena dieci giorni fa:“le norme sulla sicurezza sono troppo restrittive e tratteremo con il nuovo esecutivo per alleggerirle”. Che importa riportare questo punto di vista, l’importante sembra annullare qualsiasi potenziale conflitto (anche solo verbale) così da riempire le notizie con cori unitari, un collage privo di senso che è lungi dall’essere costruttivo e pragmatico.

Avrà forse ragione il signor Veltroni che candida contemporaneamente un operaio della Thyssen e il presidente di Federmeccanica perché tanto capitale e lavoro remano tutti nella stessa direzione? La risposta è semplice: no.

Il dramma delle morti sul lavoro è la diretta conseguenza del sempre più esiguo potere contrattuale della forza-lavoro nei confronti del capitale.

Ieri è uscito uno studio della Bri (Banca che regola i circuiti di pagamento transnazionale tra le banche commerciali) che attesta come in Italia dal 1983 siano passati da renumerazione degli stipendi alla renumerazione del capitale 120 miliardi di euro, pari all’8% del Pil. Senza questa deriva ci sarebbero stati 7 mila euro netti in più all’anno (583 euro al mese) per tutti i 23 milioni di lavoratori in Italia. Una cifra più alta di:

· Qualsiasi finanziaria della storia (quanto varia la redistribuzione per mano dello Stato nell’anno successivo).

· La somma di tutte le imposte evase in Italia in un anno.

· Qualsiasi riforma di alleggerimento fiscale potenzialmente affrontabile dal nuovo esecutivo.

· Quanto possono chiedere rivendicazioni salariali nel corso di un decennio.

Morti sul lavoro, evasione fiscale, diminuzione delle tasse, scioperi, rivendicazioni sindacali sono battaglie che impallidiscono rispetto al cambiamento antidemocratico in atto. I soldi passano dagli stipendi ai profitti, i soldi dei profitti passano dall’autofinanziamento ad il mero incasso personale.

Gli indici di disuguaglianza aumentano, il potere d’acquisto diminuisce, l’economia italiana ristagna e sempre meno persone si accaparrano sempre più reddito.

Le morti sul lavoro (o omicidi sul lavoro?) sono solo il termometro insanguinato di questi cambiamenti. Dedicare il primo Maggio alle morti sul lavoro invece che alla nuova redistribuzione è come curare un malato concentrandosi sul….termometro.

martedì 5 febbraio 2008

Fine della Rappresentanza: II La democrazia madre


E' una corsa inedita, senza favoriti. La rete la sta facendo da padrona. Il cambiamento è alle porte, chi saprà raccogliere la sfida? I candidati hanno capito che è giunto il momento di voltare pagina. E' il nuovo Kennedy, il nuovo Regan, la moglie di Kennedy sta con lui, il resto della famiglia vuole lei. L'America è stanca di George Bush. We can, together we can.

In verità c'è un'unica costante: dalle elezioni del 1980 chi investe più soldi nella campagna elettorale vince le elezioni, traslato questo dato numerico può essere tradotto così: più riempi la sala di coriandoli e palloncini, più hai possibilità di vincere. I coriandoli e i palloncini sono gentile concessione delle più grandi corporation mondiali che per non rischiare finanziano più campagne contemporaneamente.

La rappresentanza perde aderenza con il senso comune. Il fatto che i grandi interessi economici esproprino la politica delle sue funzioni primarie è ormai un fatto sempre più difficile da dissimulare. I tentativi a questo proposito si sviluppano e si evolvono in continuazione. Loghi brillanti, rottura della quarta parete, lacrime. Non mancano i grandi classici: Martin Luther King, vocazione religiose, precedenti di droga, divorzi, omosessualità. Insomma, una grande parate circense fatta di trapezi, clown, contorsionisti e donne cannone.

L'unico modo per distrarre dal nulla è spettacolarizzarlo.

mercoledì 16 gennaio 2008

Il Papa a scuola


Il Papa è stato invitato dal Rettore dell'Università "La Sapienza" di Roma in occasione dell'apertura dell'anno accademico. Non è il primo Papa insignito di tale compito, i suoi due principali predecessori dal dopo guerra Paolo VI e Giovanni Paolo II avevano già avuto occasione di presenziare in quella che è la principale fabbrica di saperi di Roma, città del papato e di cui il Papa è vescovo.
In quest'occasione si è inceppato qualcosa. La progressiva intromissione di vincoli religiosi in tematiche sociali (omosessualità, matrimoni di fatto, aborto) e scientifiche (sperimentazione mediante utilizzo di cellule staminali, procreazione in vitreo, teoria evoluzionistica) ha costretto un gruppo di professori della Facoltà di Fisica a scrivere una lettera al Rettore in cui si affermava l'inopportunità della presenza di Ratzinger in un contesto scientifico, moltissimi studenti hanno amplificato la richiesta con iniziative di disturbo e di opposizione alla visita. Il Papa rinuncia adducendo a motivazioni precauzionali in tema di sicurezza per un possibile prestigio infranto nei confronti di una tunica bianca che bianca si prefigge di restare in ogni dove appaia.

Scattano le reazioni, tutte decise, tutte unilaterali: il fatto costituisce una gravissima violazione della libertà di espressione essenziale in un dibattito democratico. Rifondazione Comunista balbetta che tutti hanno diritto di parola. Vengono chiamati in causa potenziali difensori d'ufficio dei contestatori come Dario Fo ed Adriano Sofri ma la musica non cambia, una massa informe prende le sembianze di un'unica scudisciata contro chi si oppone alla visita papale.

Una considerazione: il Papa non veniva a dialogare con nessuno, veniva semplicemente a leggere un discorso in Aula Magna ad un centinaio di auditori filtratissimi ed accondiscenti. In pratica veniva ad assumere le solite sembianze di infallibilità dialettica di medievale memoria senza alcuna possibilità di replica o di confronto (quel confronto democratico che adesso sventolano come una conquista imprescindibile).
Che il Papa sia un figura insignita da Gesù Cristo di essere il proprio Vicario in terra e che il suo verbo sia per questo incontestabile ed infallibile rientra nella logica dei credenti (non del popolo tutto) ed io personalmente non mi sento di impedirlo, ma questo verbo che ogni Domenica da un pulpito incontestabile condanna il progresso scientifico in quanto abisso di relativismo morale e preme affinchè leggi dello Stato ne minino la libertà si espone per forza a possibili opposizioni che solitamente rimangono supine, destituite dal "sentire comune" politico-mediatico, ma che giocando in casa trovano il coraggio di innalzarsi a volontà.
Volontà di opposizione a chi senza autorità condanna e non presta orecchio a qualsivoglia risposta, volontà di contestazione a chi si innalza incontestabile, volontà di impedire la presenza di un manto bianco dalla dialettica insormontabile in un luogo metaforicamente gravido di sapere, di scoperte, di dubbi.

martedì 15 gennaio 2008

Fine della Rappresentanza: I L'Aborto


Maschi magri, maschi grassi e maschi grassissimi (comunque un pulpito totalmente maschile) si contendono le platee cimentandosi in gravose riflessioni sull'aborto e sulla sua dichiarata vocazione omicidia. Divampano le dichiarazioni in formato tg del tipo "omicidio perfetto", "colpire i più deboli di tutti" e addirittura in un telegiornale (la7) nazionale un giovane dalla sguardo pecuro: "quando ero embrione non mi avrebbe fatto piacere -essere abortito-".
L'incapacità o la non volontà da parte del sistema mediatico di accompagnare questi giudizi personali da una riflessione del tipo: "Una cosa sono le disquisizioni sull'aborto un'altra la possibilità per una donna, in una democrazia matura, di abortire o no" è lampante.
Ed è lampante anche la totale latitanza culturale dei partiti "de sinistra" che neanche trovano le parole per contrastare un'avanzata retrograda di tale portata.

La novità che vorrei sottolineare è che la forza procreatrice di questo dibattito non è da cercare negli organismi ecclesiastici (da cui è comunque avallata) ma da una figura controversa come Giuliano Ferrara che, dopo un passato in vari ambiti di sinistra ed un presente da berlusconianopseudoclericalevicinoalleposizionidiveltroni, accusa un vuoto pneumatico di senso che non sa come colmare.
Mi spiego meglio: Ferrara è unto e ciccione e non condivido quasi nulla di quello che dice ma è sicuramente una persona di un certo spessore intellettuale, uno dei principali portavoce del potere costituito che (al contrario di molti) attorcigliandosi sulle parole mostra una spiccata consapevolezza della realtà. Inserito in una politica ormai completamente esautorata da qualsiasi potere (quindi da qualsiasi rappresentanza) e puramente ridotta a mero strumento attuativo degli interessi dei grandi gangli economici, si ritrova in un mondo in cui le decise opinioni di cui riempiva il suo ego ed il suo labile credo non hanno più alcun significato; il vedere quotidianamente arrabattarsi politici di destra e sinistra senza che nessumo di questi mostri una propria linearità o quantomeno un proprio profilo lo hanno spinto in una crociata totalmente pregiudiziale, lo hanno spinto a trovare un senso al di là dei criteri della rappresentanza andando a parare su di un tema assolutamente pretestuoso.
E' la spasmodica ricerca di contenuti che muove un potente giornalista intelligente a cercare altro, e puntale si accodano dichiarazioni qua e là per Montecitorio e Palazzo Madama di politici che si accavallano per esprimere anche loro su un giudizio che il loro subconscio suggerisce "di contenuto". Perchè nessuno parla di riforme del mercato del lavoro o di Welfare che permettano ad una 24enne di avere una stabilità tale da non essre costretta ad abortire? Perchè è una decisione che non dipende da loro

Mi avvalgo quindi di questo dibattito non per entrarne nel merito ma per sottolineare come sia ormai chiaro che questa rappresentanza non ha più senso di essere. Il problema è mondiale, noi per fortuna siamo in Italia dove è tutto è più grossolano e quindi esplicito.

venerdì 19 ottobre 2007

Euro e Dollaro


1,4360. Per comprare un euro occorono 1,4360 dollari. Funziona come un chilo di zucchine: se aumentano le persone che comprano zucchine allora chi le vende ne aumenterà il prezzo, questo avviene perchè è consapevole che i consumatori spenderanno di più (visto che sono aumentati di numero e le zucchine sono sempre le stesse).
Ogni moneta ha un prezzo. Le banche centrali che stampano soldi (La Fed per i dollari in America e la Bce per gli euro in Europa) quando le immettono nel sistema hanno un tasso d'interesse di riferimento (tra l'1% e il 4%, solitamente). Se quel tasso d'interesse è maggiore in Europa che in America i consumatori (gli operatori finanziari che acquistano e vendono titoli di credito in tutto il mondo) avranno più convenienza a comprare titoli con una moneta che rende di più, in questo caso l'euro. Se aumentano i consumatori che comprano euro, aumenta il prezzo dell'euro, esattamente come le zucchine, perchè sono aumentati di numero e la quantità di euro in circolazione è rimasta la stessa.
Sta di fatto che l'euro sta diventando sempre più caro del dollaro, in questi giorni è arrivato al suo record storico, cioè: non è mai stato così alto il valore di un euro rispetto al valore di un dollaro.

I telegiornali (tutti) ed i giornali (sicuramente il Corriere della Sera e La Repubblica) affrontano questo argomento in questi termini:
Benefici: sarà più conveniente viaggiare negli Stati Uniti (servizi su turisti italiani a New York felici di pernottare a 200 euro a notte anzichè 250)
Costi: diminuiscono le esportazioni, e quindi la produzione industriale italiana, cosa che porterà ad una netta diminuzione delle entrate e metterà sulla graticola migliaia di aziende con pesanti conseguenze per i lavoratori.

Cosa può pensare chi ascolta la notizia in questi termini? faccio un'ipotesi: "per colpa di questo dannato euro stiamo diventando tutti più poveri, sai che me ne frega di risparmiare 50 euro a New York (dove probabilmente non andrò mai)."

Ma la realtà è ben diversa da questa.

Se aumentano i problemi ad esportare vuol dire che aumentano i benefici ad importare, inoltre comprare aumenta l'afflusso di capitali stranieri destinati alle imprese italia, con conseguenti aumenti della produttività.
Considerando che l'Italia importa quasi la totalità del proprio fabbisogno di idrocarburi (petrolio e carbone) il risparmio in termini di costi di produzione (energia per le imprese, benzina per gli automobilisti, elettricità, gas,...) non è mai stato così favorevole a parità degli altri principali costi (lavoro e moneta), ma ammettere questo a livello televisivo provocherebbe una insana domanda da parte dei consumatori, faccio un'altra ipotesi: "perchè se diminuiscono i costi non diminuiscono i prezzi? Perchè non diminuisce la benzina? Perchè stanno notevolmente aumentando (5-10%) le tariffe di luce e gas?"

Conclusione: omettere i reali benefici di un euro forte costituisce una chiara volontà di fornire alibi inesistenti ai grandi gruppi industriali e bancari che possono aumentare i prezzi (e gli interessi per le banche) nello stesso momento in cui si riducono i costi, questa omissione è volontaria e dolosa e costituisce un'ulteriore conferma di come il sistema mediatico faccia unicamente gli interessi del potere economico.

sabato 15 settembre 2007

La Famiglia II


"La discontinuità della nostra vita è causa ed effetto della discontinuità dei nostri sentimenti" scrive Baumann in Amore liquido. L'analisi dell'autore si focalizza dunque sul rapporto tra la nostra vita operativa, inserita in un determinato contesto storico-economico e la nostra vita sentimentale.
La spevantosa precareità derivante dai continui flussi di domanda ed offerta del mercato mondiale mette alla prova la reattività delle aziende che riversano tale insicurezza sui lavoratori richiedendo un continuo sforzo di reinterpretazione delle proprie valutazioni, della propria attività, delle proprie sicurezze, delle proprie relazioni.
Questa logica di mercato fa perno su due principi: flessibilità per l'io-produttore (per adeguarsi meglio alle fluttazioni globali) e sicurezza per l'io-consumatore (devozione alle marche ed individuazione del proprio status attraverso l'acquisto). Il modello esistenziale che adempie al meglio queste due distinte pretese è quello del single. Qui la parola "single" non è solo da intendersi come persona che prescinde da un rapporto di coppia duraturo e coinvolgente ma persona che antepone la propria individualità operativa a quella delle relazioni sociali intime, relazioni tipicamente costruttive. Il ritmo del proprio agire si riversa e detta i tempi alla propria vita sentimentale.
Il single è flessibile nelle sue esigenze locative e lavorative perchè mette la propria gratificazione personale davanti a tutto, e proprio per questa stessa ragione è pronto ad assecondare ogni suo impulso edonistico diventando un consumatore assiduo ed eclettico. Ma la flessibilità e la spaesatezza emotiva che ne deriva piuttosto che sentore di consapevolezza è un dispositivo essenziale nelle mani dell'organizzazione del lavoro postfordista
Come per la famiglia in un paesaggio suburbano nel modello fordista, nel modello post fordista la biopolitica inscena un volano mediatico (si noti rispetto al precedente post la linea di demarcazione riconducibile al1990).
Beverly Hills 1990-2000, Friends 1994-2004, Sex and the City 1998-2004, Will & Grace 1998-2006, Desperate Housewives 2004-2007, Ally McBeal 1997-2004, The O.C. 2003-2007 indicano chiaramente come il perseguimento di un particolare modello di relazioni interpersonali, quello del single, sia la strada che riesce meglio a configurare la propria esistenza secondo i propri strettissimi bisogni. Non che non ci siano profonde apologie all'amore o ad amicizie fraterne, suggellate dal fatto che persistono (anche se nettamente in minoranza) serial di stampo familiare, ma il messaggio portante è la centralità dell'individuo rispetto alla cosa comune.
Con questo non intendo sostenere che l'uomo sia in sè cambiato, ma che certe sue peculiarità siano stimolate e risaltate così da standardizzare la sua produttività e la sua indoole consumistica: indipendenza quando si produce, dipendenza quando si consuma.