lunedì 6 ottobre 2008

L'attacco dei Ninja


Tira una brutta aria. Oggi le due persone più influenti d'Italia, Alessandro Profumo e Joseph Ratzinger, hanno trattato lo stesso argomento: il primo ha detto che l'approvazione dell' aumento di capitale di 6,6 miliardi da parte del cda di Unicredit è una solida base antispeculazione, il secondo invece ha parlato a braccio (cosa assai rara) di come la vacuità dei soldi sia incomparabile con la solidità della Parola di Dio.
La borsa sembra aver dato ragione al secondo visto che Milano ha perso l'8,24% e il Dow Jones a New York sta perdendo, mentre scrivo, circa il 5%.
Come si è arrivati a questo? E' possibile che le richieste di alcune merchant bank americane al Congresso e ad Alan Greenspan (precedente governatore della Banca Centrale americana) a proposito di una piccola deregolamentazione sui mutui abbiano portato a questo tracollo finanziario e a questa totale incapacità di farne fronte? La risposta è sì.

L'integrazione finanziaria mondiale è un fiume in piena. Merchant Bank, banche commerciali, fondi di investimento, banche d'affari e mediocredito hanno una quantità di partecipazione reciproche che a confronto gli incroci delle correnti interne del Partito Democratico impallidiscono.

I soldi e le informazioni viaggiano a velocità siderali, la concorrenza dei fondi di investimento è sempre più accesa, si ricorre a meccanismi vorticosi per aumentare i rendimenti attesi come la forzatura artificiosa delle quotazioni azionarie ed il prestito ad alto rischio (e ad alto tasso d'interesse). Il principale strumento finanziario per permettere quest'ultima categoria di transazioni è il prestito subprime. Infatti mentre il prestito prime è concesso a debitori con un'accertata capacità di risoluzione del debito, i subprime sono concessi a pignorati, bancarottisti e genericamente persone che detengono un'elevata probabilità di inadempienza. I soggetti in questione sono chiamati in gergo
Ninja, cioè No Income, No Job or Assets.
Perchè prestare dei soldi a questi poveri sbandati? Molto semplice, perchè la deregolamentazione degli scambi creditizi ha permesso di prendere questi titoli creditizi (cioè il diritto a riscuotere i soldi derivanti dai prestiti subprime) e "legarli" ad obbligazioni emesse. In poche parole: io banca concedo un prestito a te Ninja, siccome è alta la possibilità di inadempienza pareggio il rischio con interessi molto alti; ora ho in mano dei crediti che sì mi rendono molto, ma scottano di insolvenza, per dormire tranquillo emetto delle obbligazione direttamente connesse a la risoluzione di questi prestiti, se il ninja paga ci guadagno io banca e la persona che ha acquistato queste obbligazioni, se il ninja non paga non essendo l'obbligazione un titolo a capitale garantito io banca non sono più tenuta a pagare e accollo il danno al risparmiatore che mi aveva acquistato l'obbligazione.

Non fa una piega. Le banche possono incassare interessi elevatissimi e trasferiscono i rischi a terzi. Ora, sembrerebbe un meccanismo in grado di andare avanti ad oltranza. Piccolo problema, nel 2006 si sgonfia la bolla immobiliare e, visto che i prestiti subprime sono concessi essenzialmente per l'acquisto di immobili, una piccola fetta di debitori si scoprono inadempienti (un calo minimale: 0,8% nell'agosto 2007).
A questo punto il panico di insolvenza generale (panico ingiustificato dai numeri) innnesca una vendita di massa di questi titoli derivati dai mutui subprime: tutti vendono, nessuno compra, quello che le banche mettevano in attivo (tanto ci guadagnavano comunque) si trasforma in un boomerang, i bilanci sono da riscrivere, comincia il crollo...

lunedì 8 settembre 2008

Google Earth


"Quasi monopolista" è un termine ad hoc coniato per Google: 63% della quota di mercato. A distanza siderale l'argento di Yahoo (13%), umiliato Microsoft (3%).
Cosa significano queste cifre?
Un ragazzo di un liceo scientifico di Biella cerca la versione di Sallustio, un appuntato del comando dei Carabinieri di Barletta cerca indizi su un sospettato, una massaia di Lima cerca una ricetta, un fruttivendolo di Bangkok cerca i potenziali fornitori.
Una recente indagine di mercato ha indicato come la metà degli americani cerchi online dei suggerimenti prima di andare a fare spese in un
qualsiasi negozio, e ormai 7 acquisti su 10 sono perfezionati dopo aver consultato un motore di ricerca.
Jeff Chester, direttore dela Digital Democracy, dice che la capacità di Google di raccogliere informazioni private sui cittadini fa impalledire la NSA (National Security Agency). Personalmente non so quale delle due "aziende" mi ispiri più fiducia, il problema è che la seconda almeno a livello formale deve rendere conto al Congresso, la prima solo a se stessa.

Google ha sempre più informazioni su ognuno di noi. Se qualcuno di voi, tantissimi, lettori ha Gmail come posta elettronica può fare un piccolo esperimento: provi a scrivere ad un amico che ha intenzione di far un viaggio a Parigi, o che vuole comprare l'ultimo libro di Camilleri, insomma qualcosa che implichi una spesa, si ritroverà il giorno dopo con una serie di link pubblicitari inerenti all'argomento in questione. Non ci sta un grigio burocrate che legge, intercetta ed informa; ci sta una macchina.

Il vertiginoso sviluppo delle IT e del web 2.0 ha infuocato la corsa alle informazioni di carattere commerciale (e ci includo anche peculiarità maniacali, perversioni sessuali, confidenze recondite, dialoghi con se stessi....) al pari di una corsa agli armamenti e Google sta trionfando su tutta la linea. Gli impiegati nelle vari sedi della multinazionale entrano in scarpe da ginnastica, si spaparanzano su poltrone ergonomiche, ammirano i pioppi dentro l'ufficio ed agiscono. Agire significa seminare morte nel mercato: le indagini di mercato della Nielsen, i suggerimenti su come investire sui siti della ComScore, le Pagine Gialle italiane. Tutto frana e la posizione si accentra, diventa sempre più autonoma, sempre più insindacabile.
L'evoluzione porterà ad un messaggio pubblicitario eclettico e super mirato per ogni singolo individuo, se questo può far piacere dal punto di vista edonistico si provi a pensare a come si può definire la libertà di quell'individuo.
O più semplicemente: se mi si rompe lo scaldabagno sarò più portato a chiamare il tecnico che conviene di più a me o quello che paga più Google nella corsa alle prime posizioni della ricerca "riparatore scaldabagno"?

A questo punto l'azienda di Mountain View deve scegliere se attenersi a al prorpio motto "Don't be evil!" oppure seguire con foga profitti illimitati sviluppando un nuovo agghiacciante paradigma di persuasione e di propaganda.

Ci si chiede se Google si specchi più negli occhi spensierati di Page e Brin o in quelli pragmatici-aziendalisti del presidente Schimdt: e se si specchiasse solo negli occhi dei propri azionisti?

domenica 6 luglio 2008

I fondi di investimento


I venti di crisi finanziaria vengono da lontano, non da troppo lontano però.
Non sono le conseguenze di chissà quali tendenze cicliche, sono il frutto di scelte compiute da uomini e donne.

Qual è l'ethos finanziario in America in quest'ultimo decennio?
Quanto era strutturalmente fragile il sistema quando ancora macinava utili e plusvalenze finanziarie elevatissime?
La risposta sta in questa terza domanda a cui cercherò di ridpondere in questo post:
Come sono stati genstiti i risparmi ed i profitti derivati dall'economia reale (cioè dall'economia industriale organizzata da capitale e lavoro)?

L'evoluzione della gestione del risparmio, che siano fondi pensione (in America privati, non c'è un inps), profitti delle imprese o quanto riesce a mettere da parte un dentista di Portland è sempre più nelle mani di fondi di investimento comuni (attività svolta anche dalle grandi merchant bank). La peculiarità di questo sistema è che tu risparmiatore trasferisci i tuoi soldi per un tempo x ad un tasso di interesse molto più alto di quello bancario o obbligazionario, tale tasso è garantito da una diversificazione degli investimenti ad opera di specialisti del mercato mobiliare. La sempre più accentuata concorrenza tra questi fondi comuni (basata su chi garantisce un tasso di rendimento più alto) ha generato un mercato oligopolistico super competitivo. Se prima aveva un vantaggio competitivo il fondo che investiva in maniera più lungimirante su società le cui azioni sarebbero cresciute più delle altre, garantendo ai propri clienti un rendimento maggiore, progressivamente si è giunti all'idea che gli stessi fondi avrebbero potuto "forzare artificialmente" la crescita azionaria delle proprie partecipazioni mediante il seguente metodo:
  • I grandi fondi di investimento detengono rilevanti partecipazioni azionarie nelle imprese statunitensi. Queste partecipazioni oltre a diritti monetari (dividendi) conferiscono diritti amministrativi, nel senso che se si detiene il 15% del capitale di una grande multinazionale, durante un'assemblea dei soci puoi imporre un amministratore piuttosto che un altro. I fondi incaricano dei propri manager ad andare a ricoprire tali funzioni di amministazione con l'unico scopo di far schizzare alle stelle la quotazione azionaria della società nel minore tempo possibile. La maggior parte delle volte questa serie di operazioni sono deleterie per la sussistenza delle imprese perchè sono improntate su guadagni di brevissimo periodo che minano le basi di uno sviluppo sostenuto negli anni a venire. Queste strategie si basano generalmente su: esuberi del personale, disinvestimento nella direzione Ricerca e Sviluppo, cessione di rami d'azienda in surplus (quindi richiesti dal mercato), insomma attività che conferiscono un'importnte renumerazione immediata ma lasciano non pochi problemi per il futuro gestionale dell'azienda. Per stimolare il managment a compiere questo tipo di operazioni il criterio renumerativo prevalente è quello delle stock options, cioè il diritto di prelazione o il conferimento gratuito di azioni. Risultato finale: i manager incassano cifre esorbitanti per pochi mesi di lavoro (nell'ordine di decine di milioni di dollari), i fondi incassano altissime renumerazioni derivanti dalle loro partecipazioni azionarie e le aziende vengono lasciate alla deriva.

Grazie a questo sistema i fondi di investimento possono investire, smantellare, guadagnare e disinvestire così da garantire al proprio pacchetto clienti guadagni molto alti in periodi relativamente brevi ed accumulare vantaggio competitivo nei confronti degli altri fondi.
Il grosso effetto collaterale di questa logica è lo smembramento di realtà produttive sane in maniera talmente decisiva che nel'ultimo decennio l'aspettativa di vita media di un'impresa americana si è abbassata da 20 a 15 anni.
Il paradosso sta quindi nel fatto che le aziende sono manovrate da un managment che non ha interesse nel loro sostentamento e tutto questo mediante soldi di persone (i risparmiatori che conferiscono nei fondi di investimento) che non ne sono nemmeno al corrente.

Quanto può durare un capitalismo industriale le cui logiche sono dettate da un capitalismo finanziario la cui avidità è pareggiata unicamente dalla sua miopia?
Non è neanche più un problema di dove vuole andare il timoniere, la questione è: esiste un timone? E se non esistesse, sarebbe fattibile anche solo pensarne uno?

giovedì 1 maggio 2008

I maggio


Anche questo Primo Maggio, come gli ultimi tre del resto, è stato dedicato alla tragedia delle morti sul lavoro. Dal palco di Ravenna i tre sindacati confederali, in un tripudio di bandiere inneggianti al Partito Democratico e alla Sinistra Arcobaleno, “dicevano no” alle morti bianche. Rispondeva il palco di San Giovanni a Roma dedicando la kermesse musicale a questo flagello e ai 70 di Adriano Celentano (con lo stesso tono di voce e lo stesso trasporto emotivo della piazza)

Conclusione mass mediatica: un coro di no alle morti sul lavoro.

Peccato che nessun organo di informazione abbia riportato le dichiarazioni pre insediamento di Emma Marcegaglia, neo presidente di Confindustria, di appena dieci giorni fa:“le norme sulla sicurezza sono troppo restrittive e tratteremo con il nuovo esecutivo per alleggerirle”. Che importa riportare questo punto di vista, l’importante sembra annullare qualsiasi potenziale conflitto (anche solo verbale) così da riempire le notizie con cori unitari, un collage privo di senso che è lungi dall’essere costruttivo e pragmatico.

Avrà forse ragione il signor Veltroni che candida contemporaneamente un operaio della Thyssen e il presidente di Federmeccanica perché tanto capitale e lavoro remano tutti nella stessa direzione? La risposta è semplice: no.

Il dramma delle morti sul lavoro è la diretta conseguenza del sempre più esiguo potere contrattuale della forza-lavoro nei confronti del capitale.

Ieri è uscito uno studio della Bri (Banca che regola i circuiti di pagamento transnazionale tra le banche commerciali) che attesta come in Italia dal 1983 siano passati da renumerazione degli stipendi alla renumerazione del capitale 120 miliardi di euro, pari all’8% del Pil. Senza questa deriva ci sarebbero stati 7 mila euro netti in più all’anno (583 euro al mese) per tutti i 23 milioni di lavoratori in Italia. Una cifra più alta di:

· Qualsiasi finanziaria della storia (quanto varia la redistribuzione per mano dello Stato nell’anno successivo).

· La somma di tutte le imposte evase in Italia in un anno.

· Qualsiasi riforma di alleggerimento fiscale potenzialmente affrontabile dal nuovo esecutivo.

· Quanto possono chiedere rivendicazioni salariali nel corso di un decennio.

Morti sul lavoro, evasione fiscale, diminuzione delle tasse, scioperi, rivendicazioni sindacali sono battaglie che impallidiscono rispetto al cambiamento antidemocratico in atto. I soldi passano dagli stipendi ai profitti, i soldi dei profitti passano dall’autofinanziamento ad il mero incasso personale.

Gli indici di disuguaglianza aumentano, il potere d’acquisto diminuisce, l’economia italiana ristagna e sempre meno persone si accaparrano sempre più reddito.

Le morti sul lavoro (o omicidi sul lavoro?) sono solo il termometro insanguinato di questi cambiamenti. Dedicare il primo Maggio alle morti sul lavoro invece che alla nuova redistribuzione è come curare un malato concentrandosi sul….termometro.

martedì 5 febbraio 2008

Fine della Rappresentanza: II La democrazia madre


E' una corsa inedita, senza favoriti. La rete la sta facendo da padrona. Il cambiamento è alle porte, chi saprà raccogliere la sfida? I candidati hanno capito che è giunto il momento di voltare pagina. E' il nuovo Kennedy, il nuovo Regan, la moglie di Kennedy sta con lui, il resto della famiglia vuole lei. L'America è stanca di George Bush. We can, together we can.

In verità c'è un'unica costante: dalle elezioni del 1980 chi investe più soldi nella campagna elettorale vince le elezioni, traslato questo dato numerico può essere tradotto così: più riempi la sala di coriandoli e palloncini, più hai possibilità di vincere. I coriandoli e i palloncini sono gentile concessione delle più grandi corporation mondiali che per non rischiare finanziano più campagne contemporaneamente.

La rappresentanza perde aderenza con il senso comune. Il fatto che i grandi interessi economici esproprino la politica delle sue funzioni primarie è ormai un fatto sempre più difficile da dissimulare. I tentativi a questo proposito si sviluppano e si evolvono in continuazione. Loghi brillanti, rottura della quarta parete, lacrime. Non mancano i grandi classici: Martin Luther King, vocazione religiose, precedenti di droga, divorzi, omosessualità. Insomma, una grande parate circense fatta di trapezi, clown, contorsionisti e donne cannone.

L'unico modo per distrarre dal nulla è spettacolarizzarlo.

mercoledì 16 gennaio 2008

Il Papa a scuola


Il Papa è stato invitato dal Rettore dell'Università "La Sapienza" di Roma in occasione dell'apertura dell'anno accademico. Non è il primo Papa insignito di tale compito, i suoi due principali predecessori dal dopo guerra Paolo VI e Giovanni Paolo II avevano già avuto occasione di presenziare in quella che è la principale fabbrica di saperi di Roma, città del papato e di cui il Papa è vescovo.
In quest'occasione si è inceppato qualcosa. La progressiva intromissione di vincoli religiosi in tematiche sociali (omosessualità, matrimoni di fatto, aborto) e scientifiche (sperimentazione mediante utilizzo di cellule staminali, procreazione in vitreo, teoria evoluzionistica) ha costretto un gruppo di professori della Facoltà di Fisica a scrivere una lettera al Rettore in cui si affermava l'inopportunità della presenza di Ratzinger in un contesto scientifico, moltissimi studenti hanno amplificato la richiesta con iniziative di disturbo e di opposizione alla visita. Il Papa rinuncia adducendo a motivazioni precauzionali in tema di sicurezza per un possibile prestigio infranto nei confronti di una tunica bianca che bianca si prefigge di restare in ogni dove appaia.

Scattano le reazioni, tutte decise, tutte unilaterali: il fatto costituisce una gravissima violazione della libertà di espressione essenziale in un dibattito democratico. Rifondazione Comunista balbetta che tutti hanno diritto di parola. Vengono chiamati in causa potenziali difensori d'ufficio dei contestatori come Dario Fo ed Adriano Sofri ma la musica non cambia, una massa informe prende le sembianze di un'unica scudisciata contro chi si oppone alla visita papale.

Una considerazione: il Papa non veniva a dialogare con nessuno, veniva semplicemente a leggere un discorso in Aula Magna ad un centinaio di auditori filtratissimi ed accondiscenti. In pratica veniva ad assumere le solite sembianze di infallibilità dialettica di medievale memoria senza alcuna possibilità di replica o di confronto (quel confronto democratico che adesso sventolano come una conquista imprescindibile).
Che il Papa sia un figura insignita da Gesù Cristo di essere il proprio Vicario in terra e che il suo verbo sia per questo incontestabile ed infallibile rientra nella logica dei credenti (non del popolo tutto) ed io personalmente non mi sento di impedirlo, ma questo verbo che ogni Domenica da un pulpito incontestabile condanna il progresso scientifico in quanto abisso di relativismo morale e preme affinchè leggi dello Stato ne minino la libertà si espone per forza a possibili opposizioni che solitamente rimangono supine, destituite dal "sentire comune" politico-mediatico, ma che giocando in casa trovano il coraggio di innalzarsi a volontà.
Volontà di opposizione a chi senza autorità condanna e non presta orecchio a qualsivoglia risposta, volontà di contestazione a chi si innalza incontestabile, volontà di impedire la presenza di un manto bianco dalla dialettica insormontabile in un luogo metaforicamente gravido di sapere, di scoperte, di dubbi.

martedì 15 gennaio 2008

Fine della Rappresentanza: I L'Aborto


Maschi magri, maschi grassi e maschi grassissimi (comunque un pulpito totalmente maschile) si contendono le platee cimentandosi in gravose riflessioni sull'aborto e sulla sua dichiarata vocazione omicidia. Divampano le dichiarazioni in formato tg del tipo "omicidio perfetto", "colpire i più deboli di tutti" e addirittura in un telegiornale (la7) nazionale un giovane dalla sguardo pecuro: "quando ero embrione non mi avrebbe fatto piacere -essere abortito-".
L'incapacità o la non volontà da parte del sistema mediatico di accompagnare questi giudizi personali da una riflessione del tipo: "Una cosa sono le disquisizioni sull'aborto un'altra la possibilità per una donna, in una democrazia matura, di abortire o no" è lampante.
Ed è lampante anche la totale latitanza culturale dei partiti "de sinistra" che neanche trovano le parole per contrastare un'avanzata retrograda di tale portata.

La novità che vorrei sottolineare è che la forza procreatrice di questo dibattito non è da cercare negli organismi ecclesiastici (da cui è comunque avallata) ma da una figura controversa come Giuliano Ferrara che, dopo un passato in vari ambiti di sinistra ed un presente da berlusconianopseudoclericalevicinoalleposizionidiveltroni, accusa un vuoto pneumatico di senso che non sa come colmare.
Mi spiego meglio: Ferrara è unto e ciccione e non condivido quasi nulla di quello che dice ma è sicuramente una persona di un certo spessore intellettuale, uno dei principali portavoce del potere costituito che (al contrario di molti) attorcigliandosi sulle parole mostra una spiccata consapevolezza della realtà. Inserito in una politica ormai completamente esautorata da qualsiasi potere (quindi da qualsiasi rappresentanza) e puramente ridotta a mero strumento attuativo degli interessi dei grandi gangli economici, si ritrova in un mondo in cui le decise opinioni di cui riempiva il suo ego ed il suo labile credo non hanno più alcun significato; il vedere quotidianamente arrabattarsi politici di destra e sinistra senza che nessumo di questi mostri una propria linearità o quantomeno un proprio profilo lo hanno spinto in una crociata totalmente pregiudiziale, lo hanno spinto a trovare un senso al di là dei criteri della rappresentanza andando a parare su di un tema assolutamente pretestuoso.
E' la spasmodica ricerca di contenuti che muove un potente giornalista intelligente a cercare altro, e puntale si accodano dichiarazioni qua e là per Montecitorio e Palazzo Madama di politici che si accavallano per esprimere anche loro su un giudizio che il loro subconscio suggerisce "di contenuto". Perchè nessuno parla di riforme del mercato del lavoro o di Welfare che permettano ad una 24enne di avere una stabilità tale da non essre costretta ad abortire? Perchè è una decisione che non dipende da loro

Mi avvalgo quindi di questo dibattito non per entrarne nel merito ma per sottolineare come sia ormai chiaro che questa rappresentanza non ha più senso di essere. Il problema è mondiale, noi per fortuna siamo in Italia dove è tutto è più grossolano e quindi esplicito.